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Piccolo viaggio tra oriente e occidente. Capitolo 1. Istanbul.

“Ascolto Istanbul a occhi chiusi” 

Ciao amici,

le mie vacanze di Pasqua 2021 sono appena terminate e dopo aver disfatto per l’ennesima volta i bagagli ho finalmente il tempo  per condividere con voi alcune informazioni sul mio tanto sognato viaggio itinerante sulla costa Egea della Turchia, partendo dalla magica città di Istanbul, della quale vi parlerò in questo articolo.

 

Tutto é iniziato quando, una volta atterrati all’aeroporto di Istanbul Yeni Havalimanı, un taxi ci ha accompagnato al nostro hotel, http://Mercure Sirkeci, situato nel quartiere centralissimo di  Sultanahmet, da cui sarebbe stato possibile recarsi nel centro storico oppure visitare le attrazioni più importanti senza mai usare l’auto. (se come non amate lo stress del traffico delle grandi città, ve lo consiglio vivamente).

 

Il primo giorno ci siamo svegliati presto e dopo una copiosa prima colazione turca, a base di formaggi, olive, verdure crude, uova, hummus di ceci, insalata di cavolo rosso, yogurt,  miele, falafel e un buon caffé americano (al posto del tradizionale té), siamo partiti con qualche idea e tantissima voglia di scoprire qualche segreto di questa città. 

 

la Basilica di Santa Sofia e la Moschea Blu

La prima destinazione della mattinata è stata la piazza Sultanahmet, situata nell’omonimo quartiere, debitamente adornata per i turisti,  dove si erigono, una di fronte all’altra,  la Basilica di Santa Sofia e la Moschea Blu. Santa Sofia, la cui costruzione iniziò nel 532, é ufficialmente nota come Grande Moschea Benedetta della Grande Hagia Sophia ed è uno dei principali luoghi di culto di Istanbul. Essa rappresenta al tempo stesso la realizzazione architettonica culmine della tarda antichità e il primo capolavoro dell’architettura bizantina. La sua influenza, sia architettonica che liturgica, si diffuse nella chiesa ortodossa orientale, in quella cattolica e nel mondo musulmano.

 

 

 

 

Nella basilica di Santa Sofia, divenuta moschea nel 2020, si entra scalzi e con il capo coperto. Quello che colpisce dal primo istante sono le dimensioni, l’illuminazione soffusa e riposante e gli straordinari elementi decorativi (anche se con la recente riconversione in moschea, le immagini sono proibite nel tempio e sono state coperte con dei teli) . É impossibile rimanere indifferenti alla sensazione di calma e di pace che emana questo luogo e non sentirsi un po’ in soggezione davanti a tanta bellezza e se l’istinto sarà quello  di fermarsi per ringraziare Dio delle cose belle di questo mondo, magari si riceverà qualche attenzione  da uno dei  gatti che vivono all’interno. 

A pochi passi, dall’altra parte della piazza, si trova la Moschea Blu. Anche se a prima vista sembra grande quanto Santa Sofia,  le sue dimensioni reali sono circa la metà: la cupola misura 23 metri di diametro e 43 metri d’altezza. La Moschea Blu, che risale al XVII secolo, è  l’unica a poter vantare sei minareti, superata in questo solo dalla famosa moschea della Kaʿba, alla Mecca, che ne ha invece sette. Il nome Moschea Blu, deriva dalla presenza di 21.043 piastrelle di ceramica turchese, che compongono le pareti e la cupola dell’edificio. Il blu dominante rischiarato dalla luce che filtra da 260 finestrelle, crea nella grande sala della preghiera un’atmosfera  surreale, mentre l’illuminazione della moschea proviene dalle oltre 200 vetrate e dagli splendidi lampadari.

 

 

I ristoranti tipici e la cucina tradizionale

Alla fine della visita, per recuperare un po’ di energia, ci siamo fermati a mangiare un boccone in un ristorante tipico, dove servivano i piatti tradizionali della gastronomia locale. Un esempio è il meze, una selezione di antipasti, che viene servita prima di ogni altra portata. Il meze generalmente comprende: hummus di ceci, insalata di carote e yogurt, polpettine fritte sia di carne che di verdure, insalata di cavolo rosso e yogurt, melanzane al pomodoro, dadolata di verdure al sugo, salsa allo yogurt con crostini (Haydari), involtini di foglie di vite con riso (dolma) e falafel. Il meze è un piatto ricco di sapori e di colori, una vera e propria metafora delle più belle caratteristiche della cultura di questa città, così varia e autentica.  Naturalmente all’appello non mancava il kebab, vera e propria istituzione, facile da trovare in tutte le versioni, con la sua carne di agnello, manzo o pollo, che prima di essere arrostita sul classico spiedo verticale, viene marinata  perché assorba il sapore e il profumo delle spezie che viene poi  esaltato con la cottura. Il Kebab solitamente è servito accompagnato da cipolle, verdure, salsa allo yogurt e, spesso, peperoncini piccanti. Noi abbiamo scelto  una pide (una pizza turca), spuntino di pane sottile con carne, verdure finemente tritate e spezie a volontà, peperoncino compreso, con una Efes, ottima birra turca, ma quante altre proposte interessanti hanno attirato la nostra attenzione…

 

 

La pasticceria

Ma il bello doveva ancora venire. Dopo pranzo ci siamo fermati in una pasticceria di Sultanahmet, Grande,  per degustare alcune delle tante specialità della pasticceria turca, come la baklava e i lokum, insieme al tanto apprezzato  caffé turco, patrimonio  dell’Unesco,   e il cameriere ci ha fatto prendere un microscopico ascensore che ci ha portati su un’affascinante terrazza con vista sul quartiere di Sultanahmet e le sue moschee. Mangiamo dolci, parliamo dolcemente è un antico proverbio turco, vissuto sulla nostra pelle in quel momento di grande lusso. 

 

Girovagando nel centro

Nel pomeriggio ci siamo semplicemente lasciati trasportare dalla curiosità, girovagando da un quartiere all’altro. Passeggiando nei quartieri di Istanbul, si respira un’ atmosfera misteriosa, così attraente che è impossibile non  lasciarsi andare fino a perdersi. Oriente e Occidente si mescolano in perfetta armonia, creando un flusso travolgente di  colori, di odori e di  piccoli e grandi dettagli.  La città si racconta attraverso la sua vita quotidiana, incorniciata da maestosi edifici storici che testimoniano la sua storia. Può bastare una semplice passeggiata per  trovarsi davanti a una partita di backgammon o a un anziano che degusta un bicchiere di té sul bordo della strada. Ci si può soffermare sulle vetrine delle pasticcerie soltanto per ammirarne i colori, oppure avanzare facendo attenzione al riposo dei tanti cani che vivono liberamente, oppure ancora fermarsi per  giocare con uno dei gatti che riempiono ogni muretto, bancarella, moschea e strada della città. Si possono perdere ore nei coloratissimi negozi di spezie, tappeti, antiquariato,  tessuti e gioielli. Lo sguardo può essere attratto da un’antica e maestosissima moschea, quanto da un piccolo portone arabeggiante, dalle piante dei lussuosi giardini come da un venditore che cerca di attirare l’attenzione dei turisti. L’odore é quello del caffè, dei dolci, delle spezie e della carne speziata dei kebab lungo il marciapiede, ma anche quello delicato dei fiori di primavera che riempiono i giardini dei palazzi. 

 

Il momento del té

La vita a Istanbul scorre piena di energia, come un fiume in piena, scandita soltanto dal richiamo alla preghiera dei muezzin dai minareti, che echeggia cinque volte al giorno, per ricordare ai fedeli di effettuare la preghiera islamica della șalāt. Stanchi dopo tanto errare, ci siamo concessi un momento di pausa per degustare un té e provare l’esperienza di ciò che a Istanbul é una vera e propria abitudine. Ad ogni ora del giorno, in qualsiasi pasto, oppure soltanto per un attimo di relax, per avviare una trattativa commerciale o una semplice chiacchierata, il té è onnipresente. Il gusto é simile al classico tè inglese, viene servito bollente in piccoli bicchieri di vetro su un vassoio argentato e generalmente viene accompagnato da qualcosa di dolce. È una vera bontà e aiuta davvero a togliere la fatica e a ridare un po’ di energia. 

 

Una serata in famiglia

In serata invece ci siamo lanciati nelle strade del quartiere di Sultanahmet che ospitano i ristoranti per turisti, perché ci era stato consigliato il ristorante Ti amo, di cucina tipica turca. In queste strade si susseguono terrazze decorate   oggetti tradizionali, i camerieri dei diversi ristoranti chiamano a gran voce i passanti per mostrare le specialità del menu e un profumo invitante per cani, gatti e turisti si diffonde nell’aria per tutto il giorno. Il ristorante Tiamo ci ha proposto una specialità di carne e verdure speziate cotte all’interno di un vaso di terracotta che poi viene rotto per servire la pietanza, di una bontà indescrivibile per chi come me ama i gusti forti, come quello dell’agnello e delle spezie. 

 

Il Gran Bazar

La mattinata del secondo giorno abbiamo deciso di dedicarla alla visita del Gran Bazar, uno dei mercati coperti più grandi e antichi del mondo: 22 porte, 64 vie e oltre 3.600 negozi. Risalente al 1455, quando Maometto II fece costruire vicino al suo palazzo il vecchio bazar (Eski Bedesten), vide sorgere laboratori artigianali che diedero vita a vicoli che si distinguevano per corporazioni. Con il tempo gli edifici aumentarono, le vie vennero coperte e in seguito l’intero complesso venne recintato. Il Gran Bazar a prima vista sembra un enorme labirinto, ma percorrendolo ci si accorge che le mille stradine e piazze si intersecano  in  due assi principali tra loro ortogonali. Considerato uno dei luoghi più attraenti della città, l’abbiamo visitato in completo relax, senza un obbiettivo preciso, ma se non si tiene a freno l’entusiasmo si rischia di uscire  pieni di oggetti inutili e pagati troppo.  La mercanzia é infinita e i commercianti cercano di attrarre l’ attenzione sui loro prodotti, ma non si deve dimenticare che é consentito negoziare e il margine é anche molto ampio. Abbiamo girovagato senza meta tra oreficerie, venditori di tappeti, abiti, scarpe, pellame, lampadari, maioliche, o semplici oggetti in ottone, alternati a negozi di dolci, caramelle e caffè, finché, davanti a un bel tappeto, abbiamo deciso di avviare una trattativa per acquistarlo. Prima di tutto i venditori  ci hanno fatto accomodare e ci hanno servito un té,   dopodiché ci hanno mostrato la merce, raccontato le caratteristiche e invitato a fare una proposta per aprire una trattativa. Potrebbe sembrare una cosa ovvia, se si pensa che si ripete quotidianamente da oltre 500 anni, ma l’idea di essere lì, in persona, mi ha regalato comunque un’emozione. 

 

il Palazzo Topkapi e il palazzo di Dolmabahçe

Difficile in un breve passaggio a Istanbul decidere cosa visitare. Se prima di partire consulterete siti e guide, scoprirete che le possibilità sono enormi, ma in ogni caso non preoccupatevi perché nessuna vi deluderà. Noi, nei giorni a seguire, abbiamo scelto di visitare due palazzi dove la vita dei grandi imperatori ottomani si é susseguita dal 1450 fino alla caduta dell’impero: il Palazzo Topkapi e il palazzo di Dolmabahçe, del quale vi parlerò brevemente. 

Per visitare il Palazzo Topkapi può bastare una mezza giornata. La parte del palazzo visitabile e il suo giardino sono immensi ma le visite, si sa, devono essere un piacere e quando si é stanchi meglio prendersi un buon caffè piuttosto che esaurirsi completamente.

Topkapı, che in turco significa “Porta del Cannone”,  si trova sul Promontorio del Serraglio (Sarāyburnu), ubicato tra il Corno d’Oro e il mar di Marmara ed é stato la residenza di ben ventisei dei trentasei sultani ottomani, oltre che centro amministrativo, educativo e artistico dell’impero ottomano per circa 400 anni. La sua costruzione venne terminata nel 1478, venticinque anni dopo la presa di Costantinopoli da parte delle armate del sultano ottomano Mehmet II. Si può visitare soltanto una parte del suo interno, ma molto rappresentativa delle usanze e dei costumi di questo popolo in continuo movimento. La visita porta a un susseguirsi di costruzioni eterogenee, come  chioschi, cortili, giardini abbelliti da fontane, harem, corridoi e belvedere, oltre al  museo, all’interno di quelle che un tempo erano le cucine in cui lavoravano migliaia di persone. Queste stanze oggi ospitano un’esposizione di cristalli, argenti e porcellane cinesi dalla raffinata manifattura.

           

 

Il palazzo Dolmabahçe, invece, é il più grande della Turchia. Fu fatto costruire per volere del trentunesimo sultano ottomano, Abdülmecid I,  tra il 1843 e il 1856, lasciando il palazzo di Topkapi, nel centro storico della città, spinto dal desiderio di emulare le grandi regge europee. Di impianto medievale, il Palazzo di Topkapı infatti non permetteva le comodità e i lussi dei palazzi moderni. Il palazzo Dolmabahçe é caratterizzato da alcuni motivi dell’architettura tradizionale ottomana negli interni e da una ricerca meticolosa del rococò in particolare negli esterni. Gli appartamenti di Stato si estendono su una superficie di 45.000 m² calpestabili, 285 stanze, 44 sale di ricevimento. La zona prettamente abitativa comprende anche un  Hammam, realizzato in marmo e alabastro e una libreria contenente i libri del califfo Abdul Mejid II. 

 

Non vi annoierò con tutte le storie che mi hanno raccontato sui sei secoli dell’ impero ottomano, le sue abitudini e tradizioni , ma vi giuro che se avete voglia di viaggiare basta un’ audioguida e un’attenta osservazione di ogni cosa intorno a voi, per ritornare indietro nel tempo e vivere per un attimo in un’altra realtà. 

Tre giorni a Istanbul non sono molti, ma se partite in buona compagnia (ma anche soli, se preferite) e nel bagaglio ci mettete energia, curiosità e leggerezza diventeranno un capitolo del vostro libro estremamente arricchente. 

Orhan Pamuk ha detto che Istanbul non porta la tristezza come una malattia temporanea, oppure un dolore di cui liberarsi, ma come una scelta, mentre Alphonse De Lamartine ha detto che se a un uomo venisse concessa la possibilità di uno sguardo sul mondo, é Istanbul che dovrebbe guardare…allora quale conclusione trarre… che forse Istanbul é la città più triste, ma seducente e sincera che esista al mondo?

 

Miriam

 

 

 

 

 

 

 

Viaggiatrice, lettrice, scrittrice e sognatrice.

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