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Le corde più segrete del nostro essere si ridestano al magico tocco della bellezza..

Lungi dal fare una recensione, voglio soltanto condividere una pagina di un libro che ho trovato davvero coinvolgente: “Lo zen e la cerimonia del tè”, di Kakuzo Okakura. Il libro cerca di portare il lettore a vivere l’esperienza dell’antica tradizione giapponese della cerimonia del tè, attraverso la descrizione dei piccoli particolari invisibili all’occhio e all’animo degli occidentali e un esempio é questa breve novella.

Come sempre l’intento è quello di offrirvi un viaggio breve ma intenso, in un mondo estraneo e affascinante, che possa creare in voi nuovi spunti di riflessione oppure semplicemente farvi emozionare. Buona lettura.

“Conoscete la leggenda taoista dell’arpa domata?

Anticamente, nella gola di Lung-Men si ergeva un Kiri, autentico re della foresta. Sollevava la cima per parlare con le stelle; le radicie erano penetrate così profondamente nel suolo da intrecciare le loro spire bronzee con quelle del drago d’argento che dormiva nelle viscere della terra. Poi accadde che un potente mago ricavò dall’albero un’arpa prodigiosa, il cui spirito ostinato soltanto il più grande dei musicisti sarebbe riuscito a domare. Per molto tempo lo strumento fu custodito come un tesoro dall’imperatore della Cina, ma i tentativi di quanti cercavano di trarre melodie dalle sue corde risultarono vani. In risposta ai loro sforzi immani, dalle sue corde non uscivano che stridule note di disprezzo, che non s’intonavano con le canzoni che essi avrebbero voluto innalzare. L’arpa si rifiutava di riconoscere un maestro.

Si presentò infine Po Ya, il re degli degli arpisti. Accarezzò l’arpa dolcemente, come se si trattasse di ammansire un cavallo recalcitrante, e sfiorò delicatamente le sue corde.

Cantò la natura e le stagioni, le alte vette e le acque fluenti, e tutti i ricordi dell’albero si ridestarono. La dolce brezza primaverile scherzò ancora una volta fra i suoi rami. Le cascatelle, che scendevano danzando nelle gole, gioirono alla vista dei fiori in boccio. Nuovamente risuonaro le le sognanti voci dell’estate, con le miriadi d’insetti, il dolce tamburellare della pioggia, il richiamo del cuculo. Udite! Una tigre ruggisce, la vallata risponde. È autunno; nella notte deserta la luna risplende, tagliente come una spada, sopra l’erba gelata. Ora regna l’inverno; nell’aria carica di neve c’è un turbinio di stormi di cigni, e i chicchi di grandine colpiscono i rami con gioia selvaggia.

Po Ya cambiò poi accordo e iniziò a cantare l’amore. La foresta ondeggiava come un ardente innamorato perduto nei propri pensieri. In alto, simile a una fiera vergine, avanzava una nuvola chiara e lucente, ma il suo passaggio gettò lunghe ombre sulla terra, nere come la disperazione. La tonalità cambiò ancora: Po Ya canto la guerra, il clangore delle spade e lo scalpitio dei cavalli. E nell’arpa si scanetò la tempesta di Lung-Men, il drago cavalca fulmine, la valanga si abbatteva sulle montagne. Estasiato, il monarca celeste domandò a Po Ya quale fosse il segreto della sua vittoria. Sire, rispose, gli altri hanno fallito perché cantavano solo loro stessi. Io ho lasciato che fosse l’arpa a scegliere il tema, e realmente non sapevo se l’arpa fosse Po Ya, o Po Ya l’arpa .”

Questo racconto illustra il mistero del piacere estetico. Un capolavoro è una sinfonia eseguita dai nostri sentimenti più delicati. L’autentica arte è po Ya, e noi siamo l’arpa di Lung-Men. Al magico tocco della bellezza le corde più segrete del nostro essere si ridestano e noi fremiamo e vibriamo. Lo spirito parla allo spirito, udiamo l’indicibile, contempliamo l’invisibile.

Miriam

 

Viaggiatrice, lettrice, scrittrice e sognatrice.

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